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Fulgenzio da Poggiomatto

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Fulgenzio da Poggiomatto è uno scoiattolo piccolo anche per la sua specie, e tutto quello che porta addosso sembra appartenuto a qualcun altro. La corazza gli sta larga sulle spalle, la giubba a strisce rosse, gialle e blu è sbiadita da anni che non sono i suoi, l'archibugio che tiene in spalla ha il calcio intagliato di una fattura troppo buona per un apprendista. Ha un orecchio segnato da una vecchia bruciatura e la coda perennemente impolverata. Chi gli sta vicino sente subito l'odore: polvere nera, salnitro, ferro. Non se ne va più via, dice lui, quando ci cresci dentro. Parla in fretta, ascolta poco, e ha lo sguardo di chi sta già smontando con gli occhi qualunque cosa gli capiti davanti.

«Fulgenzio. Da Poggiomatto — sì, quel Poggiomatto, quello che non conosce nessuno.

La corazza era di mio padre. Anche la giubba, e l'archibugio, e la cassetta degli attrezzi. Non è che mi stiano male: è che non li ho ancora riempiti io.

Vi avviso subito di due cose. La prima è che sento poco dall'orecchio destro, quindi se avete qualcosa da dirmi mettetevi dall'altra parte. La seconda è che puzzo di polvere nera e non c'è verso di levarmelo di dosso, quindi se mi volete accanto vi conviene farci l'abitudine.

Per il resto: datemi una miccia, un muro e un po' di tempo, e vi apro qualsiasi cosa.»

Storia

A Poggiomatto dicevano che il vecchio Nìcola, padre di Fulgenzio, fosse stato un gran geniere in gioventù — al servizio di qualche signore della Fossa Verde il cui nome cambiava ogni volta che raccontava la storia. La verità è che nessuno ci credeva, perché Nìcola era un ubriacone con una zampa storpia e un caratteraccio impossibile. Ma Fulgenzio sì, ci credeva. Ci credeva perché il padre gli aveva insegnato a mescolare la polvere nera quando era ancora un cucciolo, e perché nascosta sotto le assi del pavimento c'era una cassetta di attrezzi da geniere troppo buoni per essere rubati.

Quel che il padre non gli raccontò mai fu il perché della zampa storpia, del bere, della rabbia — e del perché, certe notti, mormorasse nel sonno nomi che Fulgenzio non conosceva. Fu la madre a dirglielo dopo che Nìcola morì, cadendo da una scala in modo assai poco eroico: il vecchio aveva lavorato davvero come geniere, nelle miniere di Tanafonda, prima che un padrone troppo avido mandasse la sua squadra a scavare una galleria che tutti sapevano instabile. Ne uscì solo lui, con la zampa in pezzi e i compagni sotto le macerie. Quando chiese giustizia, lo cacciarono come un cane. Quella cassetta di attrezzi era tutto ciò che gli era rimasto di una vita che gli avevano rubato.

Fulgenzio si mise gli attrezzi in spalla, la giubba a strisce colorate che il padre teneva appesa al muro come un trofeo e un cammeo con il ritratto della madre, e prese la strada. Non per finire quello che Nìcola non aveva finito — ma per fare in modo che a nessun altro toccasse la stessa sorte. Perché il potere, quando diventa la macina di un mulino la cui farina entra solo nelle tasche dei mugnai, va fermato. E Fulgenzio ha deciso che non starà a guardare.