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Sessione 2 · 4 settembre 2026

La Cronaca del Gabbiano

Nella quale Zenone Malamocco, calafato in pensione, riferisce quel che si dice in Boccatonda intorno a tre forestieri e a una faccenda di pesi

Proemio. Chi vi parla, e come sa quel che sa

Signori, io sono Zenone Malamocco, gabbiano, e per quarant'anni ho turato le falle degli scafi altrui con stoppa e pece, il che mi ha insegnato due cose: che ogni legno imbarca acqua, e che nessuno se ne accorge finché non affonda.

Ora ho un occhio solo e un ginocchio che prevede la pioggia, e siedo alla taverna della Zia, dove per un bicchiere di quello nero racconto. E vi avverto subito, perché non vorrei passare per bugiardo: di quel che segue io non vidi quasi nulla. Lo raccolsi. Un pezzo me lo disse il garzone del banco del pesce; un pezzo una lavandaia del vicolo delle Corde, che sente tutto perché tutti parlano sopra il rumore dell'acqua; un pezzo uno scrivano della dogana che con tre bicchieri d'anice diventa generoso di parole e povero di prudenza. Ho messo insieme i pezzi come si
mette insieme un fasciame. Se qualche tavola non combacia, sappiate che la colpa è del mare, non mia.

Capitolo I. Come una busta nera passò sotto un uscio, e del castoro che vendeva pesce

Erano tre forestieri, e a Boccatonda forestiero è parola che pesa più di ladro.

Una lontra, che il porto ha imparato a chiamare Perla delle Acque Morte, e che teneva addosso odore di erbe e di acidi come altri tengono odore di tabacco. Una martora che si faceva chiamare Ferrante Della Marna: nome da gentiluomo, dita da tutt'altro mestiere, e un passo che non fa rumore neppure sul ghiaietto; chi dice il contrario non l'ha mai visto camminare. E un gufo, Girolamo Dell'Onice, che leggeva. Non sto scherzando: leggeva. In un quartiere dove i conti si fanno a memoria per non lasciare tracce, uno che legge è già mezzo sospetto.

Alloggiavano sopra la taverna della Zia, che è sorda da un orecchio e per questo è la locandiera più discreta del quartiere: non sente, dunque non ripete.

Una mattina trovarono sotto l'uscio una busta chiusa con cera nera. Dentro, dicono, non c'era che un luogo e un'ora. Al Mercato del Pescato li aspettava Bartolo Resega, castoro tarchiato che vende pesce e ride forte come se il ridere fosse compreso nel prezzo. Fu lui a dare loro l'incarico, e un anticipo che definirei modesto per non offendere nessuno.

E qui, signori, mi tocca una digressione, ché senza di questa non capireste il resto.

Capitolo II. Qui si dice della cosa più sacra di Nova Marina

Voi crederete che in questa città la cosa più sacra sia il tempio. Non è così. La cosa più sacra è la stadera.

Ogni balla di seta che entra in dogana viene pesata, e da quel peso discende ogni cosa: il dazio, il prezzo, il guadagno, l'onore del mercante. Perciò le bilance sono certificate, e le certifica la Gilda delle Stadere, e la Gilda si fa mantenere le bilance da botteghe di fiducia. Tutto ordinatissimo.

Ora, se qualcuno fa pesare una balla meno di quel che è, la seta in eccedenza semplicemente non esiste. E la merce che non esiste non paga dazio, non lascia scrittura, e si rivende al buio a chi non fa domande. Non è un furto: è un'omissione aritmetica. A Nova Marina si versa poco sangue, ve l'ho detto: si corrompe, si ricatta, si pesa male.

Quello, dicono, era l'incarico dei tre: risalire la catena.

Capitolo III. Come i tre si fecero ispettori, e delle due piste

Si misero dunque a battere due sentieri.

Il primo portava a Eustachio Vimini, anatra di mezza età, sotto-segretario della Gilda, vedovo, uomo di modi miti e di reputazione lustra. Il secondo a mastro Cornelio Sgarvi, riccio anziano, che da trent'anni ha in esclusiva la manutenzione e la ricertificazione delle bilance: un artigiano tanto stimato che sospettare di lui sarebbe parso, in Boccatonda, una forma di maleducazione.

I tre si spacciarono per ispettori. Andarono in giro a fare domande con quell'aria che hanno gli ispettori, di chi già sa e vuole solo vedere se gli menti. E da tutte quelle domande cavarono una convinzione: che il vecchio delle bilance nascondesse qualcosa.

Come ci arrivarono, non ve lo so dire con precisione. Ma ho calafatato scafi per quarant'anni, e vi assicuro che un uomo che ha nulla da nascondere e un uomo che ha qualcosa da nascondere non ti rispondono con la stessa faccia.

Capitolo IV. Della nipote, e del garzone che la guardava

Nella bottega di Sgarvi c'era Lavinia, nipote del vecchio, e la lavandaia me la descrive come una creatura dolce, di quelle che non hanno mai avuto occasione di essere altro.

I tre le fecero amicizia. E facendole amicizia si accorsero di Nino, il giovane a bottega, che la guardava nel modo in cui i ragazzi guardano quel che credono di non meritare. Cosa da nulla, direte. Segnatevelo lo stesso.

Capitolo V. Come un uscio fu aperto senza chiave, e del libro che non doveva esistere

Non avendo altra via (così almeno raccontano, e chi racconta le proprie imprese tende a farsi mancare le alternative), una sera i tre forzarono l'uscio della bottega e la rivoltarono.

Trovarono un registro. Non quello che ogni bottega tiene per il fisco, ma l'altro: la contabilità che non doveva esistere. Pagamenti regolari, ordinati, di mano ferma.

Due cose, dicono, li fecero raggelare.

La prima fu un sigillo di Casa Ulpa. E qui io mi fermo, perché lo scrivano ubriaco a questo punto abbassava la voce e io ho un orecchio solo. Dirò soltanto quel che si dice: che i tre quel sigillo lo avevano già visto altrove, in una faccenda di sangue, e che alcuni di quei pagamenti portavano date posteriori a un certo funerale. Il denaro di chi non c'è più continuava a camminare per conto suo. Io non so cosa significhi. So che quando in porto una barca continua a muoversi dopo che il padrone è morto, vuol dire che qualcuno ci è salito.

La seconda fu un nome: madonna Lucrezia Banti.

Capitolo VI. Della seconda busta, che arrivò come una coltellata

Quella stessa Perla si era ormai decisa a scoprirsi con Lavinia: dirle chi erano davvero, e offrirsi di proteggere il vecchio, se il vecchio era ricattato. Cosa onesta, e in questa città l'onestà arriva sempre con un attimo di ritardo. Perché arrivò un'altra busta nera. E dentro non c'era un ordine di giustizia. C'era scritto, in sostanza: la truffa deve continuare, ma sotto la mia supervisione.

Signori, immaginatevi tre persone che hanno passato settimane a convincersi di essere dalla parte giusta, e a cui viene detto che la parte giusta non era in programma. Si racconta che restassero a lungo in silenzio. Poi che discutessero. Poi che tentennassero ancora.

Tentarono anche di avvicinare la Banti. Non ne venne nulla: dicono per impazienza di messer Ferrante, che ha dita pazienti e carattere no.

Capitolo VII. Dell'ufficio dell'anatra, e del pedinamento perduto

Decisero infine di muoversi.

Rivoltarono l'ufficio di Vimini e vi trovarono un appunto: quali bilance fossero truccate quel giorno. Numeri di lotto, un banco, una galea. Roba che a occhio di profano non dice nulla e a occhio giusto dice tutto. E diceva soprattutto una cosa: che il mite galantuomo dell'anatra era dentro il gioco fino al collo.

Provarono a pedinarlo. Ma il Dell'Onice (e lo dico senza malizia, ché è cosa che capita anche ai buoni) lo perse nei quartieri di sotto, dove i vicoli sono fatti apposta per perdere la gente. Un gufo vede al buio meglio di tutti noi, dicono. Ma vedere non è seguire.

Capitolo VIII. Del signore vestito di nero che non disse quasi nulla

Scoraggiati, cercarono consiglio e, credo, assoluzione, presso un certo signore di cui in Boccatonda si parla poco e a bassa voce: un tasso largo di spalle, vestito di nero impeccabile, muso mascherato di bianco e nero, che si muove sempre con la calma di chi non ha mai avuto bisogno di affrettarsi. Lo chiamano il Sarto.

Non si sbottonò. Fedele com'è a certi suoi principi (che sono principi, badate, solo criminali), non diede loro né aiuto né benedizione. Diede un monito, uno solo, e me l'hanno riferito così:

«Sbrigatevi. Più tempo si perde, più è probabile che qualcuno si faccia male.»

I tre lo presero, credo, per un modo di dire.

Capitolo IX. Come i tre smisero di fingersi ispettori

E finalmente scoprirono le carte, e accettarono di essere quel che erano diventati: i bravacci di chi manda buste nere.

Andarono da Vimini e lo minacciarono senza mai dire una minaccia, che è l'arte più difficile, perché cambiasse padrone. L'anatra cedette. Dicono cedette quasi con sollievo, come chi è stanco di scegliere.

Poi toccò al vecchio Sgarvi. A lui non portarono paura: portarono un'offerta. Protezione, contro le ritorsioni di Casa Ulpa. E il riccio, che è orgoglioso e non avido, e che qualche ragione doveva pur avere per fare quel che faceva, piegò la testa.

Così i tre portarono a casa esattamente quello che era stato chiesto loro. Nessun morto, nessuna guardia, nessuno scandalo. La rete non fu spezzata: fu cambiata di mano. In questa città si chiama buon lavoro.

Explicit. Quel che vide il ragazzo del banco del pesce

E qui finirei, se non ci fosse l'ultima cosa, che è quella che mi tiene sveglio.

Il ragazzo del banco del pesce giura d'aver visto, quella stessa notte, il Sarto nei vicoli verso il porto. Camminava piano, come sempre. E davanti a lui, senza saperlo, camminava Nino: il garzone di bottega, quello che guardava Lavinia.

Il Sarto lo seguì per un tratto. Poi si fermò all'imbocco di un vicolo, lo lasciò andare, e sospirò:

«Per questa volta è andata bene.»

Io non so cosa volesse dire. Il ragazzo del pesce non lo sa. La lavandaia dice che non le piace pensarci.

Ma ho quarant'anni di scafi, signori, e vi dico questo: a Nova Marina si pesa tutto.
La seta, il dazio, l'onore, il silenzio. E se quella notte qualcuno stava pesando anche un garzone di bottega, allora i tre forestieri non hanno vinto niente.

Hanno solo consegnato il piatto della bilancia a una mano più ferma.

Qui finisce quel che ho raccolto. Il resto lo dirà il mare, che dice sempre tutto, ma tardi.