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Sessione 1 · 1 luglio 2026

La Relazione della Villa Rossa

Nella quale ser Gaudenzio Scaglia, cancelliere dell'Ufficio dei Malefici di Salso Nero, ricostruisce per i Signori Giudici i fatti che precedettero l'uccisione di madonna Agnese Ulpa, e annota a margine le cose che gli fu ordinato di non scrivere

Proemio. Chi scrive, e perché scrive quasi nulla di suo

Signori, io sono Gaudenzio Scaglia, testuggine, e da trentotto anni cancelliere dell'Ufficio dei Malefici. Forestiero anch'io, ché di testuggini in Salso Nero ce ne sono poche e nessuna ci è nata; ma la laguna, a restarle accanto abbastanza a lungo, finisce per accettare anche un sasso.

Vi avverto subito del mio difetto, perché non passi per malizia: ci vedo poco. Da vicino leggo la grafia di un notaio ubriaco; da lontano non distinguo un gatto da un cappello. Per questo dall'Ufficio non esco. Quel che so, lo so per iscritto: me lo portano i birri, i testimoni, i cerusici, i messi delle legazioni, e io lo ricopio in bella. Di persona non ho visto nulla di ciò che segue. Ho visto soltanto molta carta.

Quella che leggete è la copia che tengo per me. L'originale, consegnato ai Signori Giudici, è più corto. Dove l'ho accorciato, per ordine superiore, qui lo segno in margine. Non dico cosa c'era: dico che c'era. È il massimo che un cancelliere possa permettersi, ed è già troppo.

Capitolo I. Qui si dice del modo in cui a Salso Nero si paga un debito

Voi crederete che in questa città i debiti si scrivano nei libri dei banchi, con la data, la somma e il frutto. Molti sì. Ma ce n'è una specie che non si scrive in alcun libro, e questo Ufficio, che registra tutto (un furto di galline, una bestemmia in piazza, una moglie battuta), non l'ha mai registrata: il debito col Podestà.

Il debito col Podestà non ha somma e non ha scadenza. Si contrae in modi che nessuno racconta e si estingue in un modo solo: quando il Podestà chiama, il debitore va, e fa quel che gli si dice. Chi non va non viene punito; gli capita di peggio: comincia a perdere i parenti. Uno alla volta, senza che nessuno ne veda la mano. Di questi parenti smarriti l'Ufficio tiene un registro intero, alla voce scomparsi senza colpa di alcuno. È il registro più ordinato che abbiamo.

Ve lo dico perché intendiate come tre forestieri (una lontra, una martora e un gufo) possano essersi trovati, all'alba di quel giorno, dove si trovavano.

[A margine: dove si trovavano, lo hanno deposto quattro barcaioli del porto. Ho raschiato quattro deposizioni. In quel punto la pergamena è sottile come una foglia.]

Capitolo II. Delle due statuette, e di un santo che nessuno conosce

Quel che l'Ufficio può mettere a verbale è questo: che poco dopo il levar del sole i tre furono visti attraversare la città portando due statuette di gesso dipinto, raffiguranti Sant'Aceraterio.

Ho interrogato tre chierici per sapere chi fosse costui. Il primo mi disse un martire, il secondo un eremita, il terzo mi domandò chi avesse pagato il gesso. Dalle deposizioni ricavo soltanto che è un santo simile a un rinoceronte, ma senza corno, il che mi pare un modo singolare di farsi santo.

Due statuette di gesso, Signori. Roba da bancarella di pellegrini. E tre forestieri che le portavano come si porta un bambino malato, guardandosi attorno a ogni ponte.

[A margine: per conto di chi le portassero, e a chi, l'originale dice «per faccende loro». La frase non è mia.]

Capitolo III. Del tumulto del Mercato, e dei fuggitivi che non fuggirono abbastanza

Il Mercato di Salso Nero, per chi non l'abbia mai visto (e io non l'ho mai visto), sta in una grande piazza chiusa su tre lati da un canale e sul quarto dalle case; due ponti la legano all'altra riva, e i carri dei mercanti vi si fermano con le fiancate aperte, sicché la piazza intera è una bottega sulle ruote.

Lì, a metà del giorno, scoppiò il tumulto. I testimoni concordano su una cosa sola, ed è già molto: che c'erano figure incappucciate che correvano, i tre forestieri che le inseguivano, e in mezzo la folla, che ebbe la peggio. Banchi rovesciati, merce in acqua, e un pescivendolo che ancora pretende dall'Ufficio il prezzo di una cassa di anguille.

Gli incappucciati sono morti. Tutti. Fra loro Federico Mordicollo, faina, ben noto a quest'Ufficio per una ventina di fascicoli, nessuno dei quali giunse mai a sentenza. Il cerusico chiamato a stendere il referto scrisse sui corpi «ferite varie», firmò e andò a desinare. Io ho ricopiato «ferite varie». Non ho autorità per ferite più precise.

La tesi dell'Ufficio, che trascrivo come mi fu dettata, è che fra i rei e gli incappucciati corresse una lite fra complici, e che i rei l'abbiano risolta nel modo in cui le liti fra complici si risolvono.

[A margine: il birro fa gran conto che fra i rei ci fosse una martora e fra i morti una faina, quasi cugini. Trentotto anni di fascicoli mi dicono che i cugini si scannano fra loro con più zelo degli estranei. La parentela, dunque, prova tutto e il contrario di tutto.]

Capitolo IV. Delle statuette rotte, e di sei righe che non ci sono

Nella mischia le statuette caddero e si ruppero. Questo è certo: i cocci di gesso dipinto stanno nel deposito dell'Ufficio, in una cassetta sigillata, e io stesso li ho contati. Sono molti, per due statuette; ma il gesso, si sa, quando cade si moltiplica.

Più d'un testimone depone che da una delle due uscisse qualcosa che non era gesso. Riporto l'inizio della deposizione di Menica, venditrice di anguille, che era la più vicina:

«E quando si ruppe, dentro ci stava…»

Seguono sei righe. Nell'originale non ci sono più: le ho raschiate io, di mia mano, la sera stessa, per un ordine che non discuto. E nella cassetta del deposito quel che uscì dalla statuetta non c'è. Ci sono i cocci. Nient'altro.

[A margine: sei righe sono tante, per una venditrice di anguille, che di solito in sei righe mi racconta la vita. Quella sera in piazza, dicono, non si parlava d'altro. La mattina dopo non ne parlava più nessuno.]

Capitolo V. Del vecchio gatto che nessuno aveva mai visto

Fra le cose che i testimoni narrano c'è anche questa, e la narrano con una concordia che mi insospettisce: che durante il tumulto un vecchio mercante gatto rimase preso nella mischia, e che i tre, invece di pensare alla propria pelle, lo tirarono fuori. Il vecchio li ringraziò, fece loro dono di un oggetto, e se ne andò per i vicoli.

L'Ufficio lo ha cercato. Nessun mercante gatto risulta avere banco al Mercato, né carro, né licenza, né nome. Nessuno lo aveva visto prima; nessuno lo ha visto dopo. Il birro lo annota come «complice, oppure invenzione dei rei per farsi credere buoni».

[A margine: annoto, non giudico. Ma in trentotto anni ho visto mercanti senza banco, senza licenza, senza scrupoli. Un mercante che sparisce senza lasciare un solo debito dietro di sé, mai.]

Capitolo VI. Della villa rossa, e di quel che vi trovò la Legazione

Sul far della sera i tre giunsero alla villa dai muri rossi che la Chiesa delle Ossa possiede su un'isola del delta, dove alloggiava in quei giorni madonna Agnese Ulpa, volpe, nobildonna del Sacro Regno, in visita alla congregazione.

Madonna Agnese fu trovata morta, e in un modo che non ricopio per decenza. Il cerusico, questa volta, lo ha descritto con gran copia di particolari.

Poco dopo giunse alla villa la Legazione del Sacro Regno, scortata da una squadra della Fratellanza dei Vermi: mercenari con archibugi, di quelli che non si pagano per fare domande. Sapevano, a quanto pare, di dover trovare i rei proprio là, proprio a quell'ora. Chi li avesse avvertiti, la Legazione risponde: un messo. Il messo non è stato trovato.

Nella stanza della morta i birri trovarono il sangue, in quantità che il verbale chiama «copiosa» e che io chiamerei «sparsa con cura»; lettere col sigillo di Casa Ulpa; e i due pezzi di uno strumento d'ottone color arancio, simile a una bussola, di foggia forestiera (i più dicono ponentina, confederata), spaccato per il lungo. A che servisse, nessuno lo sa. Sta in deposito, accanto ai cocci.

Il capitano dei Vermi, entrato nella stanza pochi istanti dopo la fuga dei rei, depone che la morta era già fredda. L'originale dice «uccisa dai rei». Le due cose possono stare insieme, con un po' di buona volontà; e di buona volontà l'Ufficio ne ha sempre avuta.

E i rei furono visti fuggire con le vesti lorde di sangue. Questa, Signori, è la prova regina. Il birro l'ha sottolineata due volte.

[A margine: nel suo esposto la Legazione chiama i rei con un'espressione che mi fu ordinato di mutare in «malfattori di ventura». Aggiungo che la Legazione riconobbe al collo della morta una spilla con la Croce d'Ossa, e ne trasse che madonna Agnese servisse il Sacro Regno da lungo tempo, e con zelo. Non intendo perché la cosa abbia tanto turbato i nostri: era una nobile del Sacro Regno, chi altri doveva servire? Eppure li ha turbati.]

[Altro margine, stessa pagina: una lepre fermata dai birri quella notte sulla strada del delta non volle dire per chi lavorasse. Il capitano la lasciò andare con una fretta che annoto.]

Capitolo VII. Del vicolo, e di una diceria che riporto perché il regolamento vuole così

I rei fuggirono dalla villa, e i Vermi dietro. Li raggiunsero in un vicolo. Qui i fatti si fanno scarsi e le parole abbondanti, come sempre quando qualcuno ha perso.

Quel che è certo è che dal vicolo i Vermi non tornarono tutti, e quelli che tornarono non tornarono interi. Dicono che fu un uomo solo. I sopravvissuti di una rotta dicono sempre che fu un uomo solo: fossero stati dieci, sarebbe colpa loro.

Nelle taverne del porto, invece, quell'uomo ha già un nome. Lo chiamano il Mastro Nero. Riporto la diceria perché il regolamento dell'Ufficio vuole che si riporti tutto, anche il vento; e aggiungo per scrupolo che in Salso Nero al Mastro Nero si dà la colpa di tutto ciò che non si sa spiegare, come nelle campagne la si dà alla grandine. La diceria non merita fede. La trascrivo.

Poi una barca piccola, di quelle che non si registrano, fu vista scendere il fiume senza lanterna. E al largo, oltre la barra, stava alla fonda un legno forestiero che salpò prima dell'alba. Le carte del porto dicono che era diretto a Nova Marina. Le carte del porto dicono quel che si paga perché dicano; ma questa volta, stranamente, non risulta che nessuno abbia pagato.

Capitolo VIII. Del bando

Il bando fu gridato tre giorni dopo dai ponti e affisso alle porte del Mercato. L'ho messo in bella io stesso:

Si fa noto a chiunque che, per l'uccisione di madonna Agnese Ulpa, nobile del Sacro Regno e ospite di questa città, e per il tumulto del Mercato e le morti che ne seguirono, sono banditi da Salso Nero e dalle sue acque:

una lontra detta Perla, che sa d'erbe e d'acidi;

una martora che si dice Ferrante della Marna, nome da gentiluomo che non gli si addice;

un gufo che si dice Girolamo dell'Onice, uso a leggere.

A chi li consegni all'Ufficio dei Malefici, duecento monete d'oro per ciascuno. Vivi, quattrocento. Così vuole Sua Magnificenza il Podestà.

[A margine: vivi, il doppio. Ricopio bandi da trentotto anni, e di solito i morti costano meno fatica e si pagano uguale. Quando un bando paga il doppio per i vivi, vuol dire che a qualcuno preme domandar loro qualcosa. Cosa, non lo so. So soltanto che nella cassetta dei cocci, in deposito, c'è posto per una cosa che non c'è.]

Explicit. Di una cosa singolare

Qui finisce quanto fu deposto, e quanto mi fu lasciato scrivere.

Aggiungo una cosa sola, e poi chiudo il calamaio. In tutta questa faccenda, Signori, l'Ufficio conosce il nome dei morti e il nome dei rei. Di tutti gli altri non ha trovato che omissis e dicerie: chi consegnò le statuette, chi avvertì la Legazione, chi era il vecchio gatto, chi aspettava nel vicolo, chi al largo. Ed è singolare, perché nei fascicoli di solito accade il contrario: i nomi dei rei sono gli ultimi che si trovano.

Ci vedo poco, ve l'ho detto. Ma certe carte, a tenerle abbastanza vicino agli occhi, dicono più di quel che c'è scritto.

Datum in Salso Nero, all'Ufficio dei Malefici. G. S., cancelliere. Copia per sé.